Il mondo della finanza ha generato parecchi miti scientifici sul clima.

Questa pagina  li sfata.

Le energie fossili sono un buon investimento?

No. Sempre più studi mostrano che gli investimenti nelle energie pulite, l’efficienza e le tecnologia sostenibile possono essere più redditizi che quelli nei combustibili (v. Forbes, studioUK, studio australiano). La cassa pensione NEST, per esempio, mostra da anni che una strategia d’investimento senza energie fossili può ottenere rendite superiori alla media.

Hanspeter Konrad, presidente dell’Associazione svizzera delle istituzioni di previdenza ASIP, ha affermato in una conferenza sulla bolla carbonio: “Oggi non si può più lottare contro investimenti sostenibili con argomenti di performance”.

Tutti i rischi sono sempre presi in considerazione?

No, sulla base dell’esperienza storica è chiaro che non è così. Lo scoppio della bolla immobiliare e la crisi bancaria e finanziaria che ne hanno conseguito sono l’esempio più recente in cui rischi seri sono stati ignorati.

Illustri esperti, come l’economista britannico Lord Stern, le banche britanniche HSBC e Citibank, l’Agenzia internazionale dell’energia, la London School of Economics e la Smith School dell’Università di Oxford mettono in guardia contro i rischi finanziari degli investimenti nei combustibili fossili. HSBC afferma per esempio che 40 – 60% del capitale borsistico delle imprese di petrolio e gas è esposto ai rischi di una bolla dei combustibili.

La bolla dei combustibili indica gli investimenti gonfiati nei combustibili fossili. E’ il risultato di una stima esagerata delle riserve di carbone, petrolio e gas che non tiene conto del fatto che la maggior parte delle riserve fossili rischiano di non poter essere sfruttate.

Oltre a questo rischio, vari fattori entrano in gioco, come per esempio la diminuzione dei costi delle energie rinnovabili, le conseguenze del cambiamento climatico, le norme sociali e le regolazioni sulla qualità dell’aria e la protezione del clima. Se la politica mantiene l’obiettivo dichiarato di limitare il riscaldamento globale sotto i 2 gradi celsius, ciò significa che l’80% dei giacimenti conosciuti di petrolio, gas e carbone non potranno più essere sfruttati.

Il CO2 può essere sotterrato?

No. Anche se, nel migliore dei casi, la tecnologia CCS (separazione e stock del CO2) potesse essere applicata e, entro il 2050, si potessero realizzare circa 3'800 progetti CCS, una diminuzione delle emissioni si farebbe sentire solo dopo il 2030. Il budget carbonio aumenterebbe solo del 12 – 14% (125 Gt.) e l’effetto sarebbe quindi basso (v. Unburnable carbon 2013)

Le casse pensioni devono ignorare il lungo termine per massimizzare le rendite a breve termine ?

No, in nessun caso. I gestori del fondo hanno il dovere di includere i rischi a lungo termine nei loro investimenti. Nel regolamento sugli investimenti della cassa pensione della Confederazione PUBLICA, c’è scritto per esempio: “Limitando i rischi in modo appropriato, si mira ad una rendita globale che assicuri la realizzazione dei compiti di PUBLICA a lungo termine.”

La responsabilità tutelare è un dovere iscritto nella legge e che fissa la gestione esclusiva nell’interesse di una terza parte. Una cassa pensione deve quindi funzionare tenendo conto degli auspici e punti di vista dei suoi assicurati. Soprattutto quando si tratta di risparmi per la pensione, vanno tenuti conto gli interessi a lungo termine:

  • L’interesse ad una pensione sicura per decenni

  • L’interesse a limitare il cambiamento climatico affinché larghe classi d’investimento non siano messe a repentaglio. Eppure può succedere, per esempio, con precipitazioni estreme, tempeste e colate di fango; l’aumento del livello dei mari mette in pericolo gli investimenti nell’immobiliare; la siccità e le ondate di calore sono un rischio per gli investimenti nelle derrate alimentari.

  • L’interesse ad avere un clima piacevole quando gli assicurati percepiranno la pensione.

Le casse pensioni devono investire nelle energie fossili perché possono minimizzare i rischi solo diversificando al massimo?

No. E’ assurdo pensare che i rischi possano essere minimizzati solo investendo in una bolla. Questa idea viene dal fatto che le casse pensioni pensano di non doversi assumere le perdite finché “investono come tutti gli altri”. Ma la responsabilità tutelare è diversa. E’ così che grandi investitori istituzionali evitano le energie fossili.

Christiana Figueres, segretaria generale della Convenzione quadro delle Nazioni Unite per il clima, parla di disprezzo clamoroso della responsabilità tutelare quando investitori, su mandato di terzi, non adattano rapidamente il loro portafoglio alla sostenibilità. “Le decisioni d’investimento dovrebbero riflettere chiaramente le scoperte scientifiche e la responsabilità tutelare deve tener conto della realtà intergenerazionale: il cambiamento climatico non frenato è in grado di danneggiare e distruggere le vite, la base dell’esistenza e le economie di molta gente, oggi e in futuro.”

Il dialogo di azionari critici è sufficiente ?

No. Uno studio dei UN Principles for Responsible Investment (PRI) arriva alla conclusione che se le imprese tengono conto dell’esortazione a più trasparenza nelle emissioni, è soprattutto per migliorare la loro legittimazione e far tacere le voci critiche. A fronte delle esortazioni a proteggere il clima, le imprese di combustibili e energie fossili adottano una strategia di diniego e temporizzazione: diniego prendendo iniziative che non rimettono in discussione il cuore stesso della loro attività. Temporizzazione tramite la collaborazione palesemente interessata in un lungo processo, la cui fine è mal definita e che lascia gli azionari critici a mani vuote.

Mentre le imprese di energia fossile con azionari critici fanno una parvenza di dialogo sulla protezione del clima, esse finanziano al contempo gruppi di lobbying e think tanks che la sabotano. E’ così che BP, per esempio ha sostenuto attivamente politici americani che mentivano sul clima.

L’attivismo degli azionari può essere uno strumento efficace di riforme modeste in seno a un’azienda. Durante lo scorso decennio, ci sono stati tentativi di far cambiare mentalità all’industria dei combustibili fossili. Con qualche successo. Ma il problema principale di questa industria non è stato messo alla luce: le quantità enormi di combustibili fossili che queste multinazionali continuano ad estrarre, per cui sono ancora responsabili di quantità impressionanti di CO₂ emesse nell’atmosfera.

Il disinvestimento è inutile se altri investitori prendono il posto ?

No. Il disinvestimento non funziona soprattutto come strategia economica, ma a livello etico e politico. Come durante il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, o la lotta contro l’apartheid in Sudafrica, più possiamo mettere avanti gli aspetti etici del cambiamento climatico, più riusciremo a far sì che la società nel suo complesso promuova un’azione decisa.

Al contempo, il disinvestimento dalle energie fossili ha anche delle conseguenze economiche. Ritirando i loro averi dai combustibili fossili, gli investitori istituzionali spingono il legislatore ad agire, lanciano un dibattito importante sugli “averi potenzialmente persi” dell’industria del combustibile.

Ma soprattutto il disinvestimento promuove il processo a favore degli investimenti nelle energie pulite, l’efficienza energetica e altri approcci sostenibili. Supponiamo che la nostra campagna riesca a far sì che anche solo il 2% dei 767 miliardi CHF gestiti dalle casse pensioni svizzere siano investiti in alternative sostenibili, ciò sarebbero liberati circa 15 miliardi di franchi per gli investimenti sostenibili. Di più

E’ chiaro che il disinvestimento da solo non basterà a portare avanti la rivoluzione energetica politica, ma la campagna può aiutare ad aumentare la pressione sui decisori economici e politici perché si agiscano finalmente.

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